Ricordi

Oggi mi racconto.

Il 28 febbraio del 1991 sono atterrata a Pisa. Ho ancora il mio primo passaporto che ancora i ricordi.
La storia può essere lunghetta o triste, comunque mi va di parlarne perchè mi son stufata di alcune cose.
Io non ricordo molto della mia estate del ’91 (che per voi qua era inverno), mi ricordo che vidi una cosa che non avrei dovuto vedere e che mi ha spezzato il cuore e ha radicalmente cambiato il mio punto di vista su mia madre in quel tempo, un tradimento. Mio padre era in Italia a lavorare. Quando tutto venne fuori mio padre ritornò in Argentina e ci furono discussioni e non arrivavano a una soluzione, da quello che mio padre racconta sono stata io a prendere la decisione che cambiò tutto.
“io voglio andare in Italia con Papi”
Pare che i miei discutessero in salotto e io entrai e parlai.
Mia sorella, più grande di me, mi venne dietro. Non so cosa pensasse, non siamo mai state molto unite. Io avevo quasi 10 anni e lei quasi 15.
Mi ricordo ancora parte del viaggio in autobus per andare dal mio paesino a Buenos Aires, è sempre  un viaggio molto catartico tutte le volte che lo ripercorro. Mi ricordo gli amici più cari e i regalini che ho conservato, un tappo di liquore con una pallina dentro, delle figurine, le letterine…
Mi ricordo ancora quando salutai mia madre in aereoporto e un braccialetto che mi regalò ma che poi qualche tempo dopo mentre accarezzavo un cavallo questo mi diede un morso e lo ruppe e lo persi.
Mi ricordo quando sono atterrata, la zia Sanna che aspettava e che ci ha portati al mare. Era la prima volta che vedevo il mare, era una giornata di quelle grigie invernali con tanta foschia che non si vedeva l’orizzonte, la linea del mare. Cenammo dalla zia e poi lei ci portò dall’altra zia, la zia Barbara. Durante il tragitto ero intenta a cercare di ricordarmi le curve, la strada per cercare di orientarmi in un secondo momento.
Quando entrai in casa della zia la vidi con un pollo tra le mani e lo stava pulendo, non so quanto ora ho modificato questo ricordo ma è là, con la zia che pulisce un pollo dei suoi.
Siamo rimasti da lei per circa 6 mesi, da marzo a settembre. Andai subito a scuola e mi ricordo che per maggio la zia organizzò una bella festa di compleanno e aveva preparato le mandorle tostate e salate e tante altre cose buone da mangiare. Quei sei mesi sono stati buffi, tristi, alternativi. La zia a quanto pare l’avevo capita subito da quello che mi disse poi. Pare che una sera le ho chiesto se era veramente contenta che le avessimo invaso la casa perchè non mi sembrava che lo fosse molto. Anche se avevo 10 anni la sera dopo cena ci facevamo compagnia insieme, lei preparava spesso qualcosa di dolce da condividere mentre gli altri erano già a letto. L’osservavo sempre mentre cucinava e presto diventai la sua assaggiatrice (diciamo dopo qualche anno) e lei la mia maestra di cucina, di come fare la spesa (controllano il costo al kg e leggendo le etichette) e del piacere nel cucinare per gli altri.
La domenica mattina era la mattina delle crepes, fatte rigorosamente con un padellone di ghisa molto pesante che però mi insegnò a usare, le crepes dovevano essere mangiate sui piatti caldi prima che si freddassero e la prima andava sempre a Rogo, un canone bianco pastore maremmano.
Già da quell’estate iniziai ad avere problemi di peso e iniziai la mia prima dieta. Siccome non avevo voglia o modo di pesare sempre la pasta (si, la pesavo io perchè me la cucinavo io) iniziai a contare penne e fusilli, sapevo che un tot numero erano il peso giusto. Non ebbe un gran risultato come dieta
A settembre affittammo la nostra prima casa. Ognuna aveva una sua camera, ovviamente io ebbi la più piccola. Per il trasloco venne la nonna, che forse in qualche modo si sperava che restasse ad aiutare. Invece con una scusa del cavolo se ne tornò in Argentina a giocare a bridge (questa è una leggenda, la nonna non giocava a bridge…solo a canasta e carioca). La cosa che raccontò lei più tardi fu che a quanto pare una bambina di 10 anni e una di 15, con una ferita emotiva non ancora chiusa, le osarono dire che non la volevano, lei offesa se ne andò. La mia risposta invece è stata che non aveva voglia di occuparsi di noi e questo è stata una delle prime grosse crepe nella nostra relazione.
La nonna comprò un bel po’ di cose per la casa, ho ancora una tovaglia di quel tempo e qualche tovagliolo.
Se ne tornò in Argentina e ci ritrovammo in 3 a stare per conto nostro. Andavo a scuola in bici, tranne i giorni del rientro pomeridiano tornavo a casa da sola e mi preparavo un piatto di pasta guardando la signora Fletcher. Siccome avevo molto tempo libero iniziai subito a sperimentare in cucina con un frullatore scrauso che in poco tempo bruciai, ricordo che aveva il boccale in una plastica trasparente ma azzurrina. Biscotti alla banana… pessimi e collosi. Iniziai a cucinare anche perchè mio padre ci propinava sempre gli stessi piatti: pollo alla birra, pollo al forno cotto nel sale e pasta con piselli, tonno e pomodoro. Lui al tempo faceva l’operaio in attesa di prendere la patente per il camion, a lavoro si portava il “ciottolino” come lo chiamavo io, che sarebbe la gamella o il pranzo al sacco. Mia zia mi ricorda spesso che ero sempre col pensiero di preparare al babbo il ciottolino per il pranzo del giorno dopo, io ricordo solo che lo lavabo e poi lo richiudevo con il cibo e mettevo in frigo.
Con babbo facevamo la spesa ogni sabato, un mega carrello pieno e per noi non era una cosa normale, era da ricchi! Ogni sabato mi comprava una mini scatoletta di lego, era un rituale!
Non amavamo pulire casa o lavare i piatti. La zia ogni tanto passava e ci sgridava perchè c’era una montagna di piatti da lavare, quindi insieme li lavavamo. Oppure il pavimento che faceva schifo, tipo tutto appiccicoso.
E’ stato anche il tempo in cui passavo molto tempo da una compagna di scuola sarda, giocavamo -loro giocavano perchè io morivo sempre- a super mario, e la sera mi ricordo c’era sempre il pane carasau e l’insalata tagliata sottile sottile.
Poi dopo un anno di soli noi 3 arrivò Morticia, era un soprannome che avevamo dato alla fidanzata di mio padre. Forse per difenderci dalla cosa nuova, dal fatto che poi ci è rimasta un po’ antipatica, chissà. Restò con noi per 3 anni circa, quando poi mia sorella ci litigò di brutto. Fu anche il tempo in cui mi ruppi una gamba e dovetti restare a letto per 40 giorni. Ero sempre ciccia e la zia ne approfittò perchè non potevo raggiungere il frigo. Passava tutti i giorni a portare la colazione e lasciarmi il pranzo e cena in frigo, Morticia non era molto presente, almeno nei miei ricordi, e non gli importava se dimagrivo o restavo ciccia. Mi ricordo di peperonate buonissime e di pane integrale, del primo videoregistratore e che fui io a impostarlo. Registrai Pritty Woman e me la guardavo in continuazione, e anche i Goonies.
Ai miei 14 anni e mezzo traslocammo di nuovo. Inscatolai tutto e ci trasferimmo in un’altra casetta. Mi ricordo come già allora ero io la padrona della cucina e della casa, decisi io dove mettere le cose, anche perchè lo feci da sola. Avevo una collezione di lattine vuote, 4 file che occupavano tutta la lunghezza dei pensili. Un sabato un amico un po’ briaco fece il tiro a segno… ci divertimmo molto (io no).
Mi ricordo che questa casa poi era più pulita, anche se poi ordinavo solo quando venivano gli amici per il sabato. La mia madrina mi iscrisse agli scout e là trovai un sacco di amici.
All’inizio andavo a fare la spesa in bicicletta e portare una cassa d’acqua non è cosa semplice. Mio padre poi mi dava 50.000 lire per fare la spesa e non avevo un soldo in più quindi dovevo star là a contare tutto prima di arrivare alla cassa (gli insegnamenti della zia si son poi rilevati molto utili!).
Mia sorella aveva un Ciao solo che io non lo potevo usare molto, anzi, quasi nulla. Un giorno si ruppe (o gli rubarono il motore) e fu il ritorno alla bicicletta.
Poi lo zio mi regalò un sulky, una autina con 3 ruote e 3 marce con la forma di una scatoletta di sardine. Ero la più figa anche se la più sfigata, pareva un aggeggio ridicolo tanto che veniva chiamato o “caffettiera” o “lavatrice” per il casino che faceva. Ma potevo girare senza bagnarmi quando pioveva e non avevo bisogno del casco. Quando facevamo le scampagnate gli amici mi caricavano con le chitarre e gli zaini. E ovviamente tutti mi hanno chiesto di provarlo per farsi un giretto.
Mi ricordo che ero incazzata nera, siccome io dalle medie arrivavo a casa prima di mia sorella, allora io dovevo preparare il pranzo a lei… e a me chi lo preparava? Mio padre era poco presente, durante la settimana sul camion e i fine settimana dalla fidanzata.
A sedici anni e mezzo mia sorella andò a studiare fuori, Firenze, e io restai da sola. Non è che cambiò comunque molto da com’era prima. Fortuna che ero piena di amici e ci si vedeva il fine settimana e gli scout. Ed ebbi la camera tutta per me e mi presi il letto matrimoniale che usava mio padre e a lui detti i due singoli, tiè. Mi ricordo la finestra che dava su un campo deserto, con vista colline e soprattutto vista stelle. Mi sedevo sul davanzale e guardavo il cielo, mi ero comprata un libro con tutte le costellazioni e spesso le guardavo, c’era sempre la mia preferita, il Cigno!
Verso i 17 però crollai. Non andavo più a scuola e mi bocciarono, mangiavo come una maiala, dormivo e guardavo la TV. Era inevitabile che prima o poi tutto ritornasse. Mio padre mi mandò “a calci in culo” da una psicologa che mi aiutò molto molto. Mi ricordo degli incontri, dei sogni che raccontavo, e dei regali che iniziai a farmi perchè stavo bene e dimagrivo.
Nel frattempo comprammo casa (1999) e nuovo trasloco e diventai quasi pure un muratore che la casa nuova andava sistemata. Ero indipendente, mi sentivo grande e tranquilla e a scuola iniziai ad andare bene (dopo due anni di bocciature).
Nel 2001 arrivò mia nonna, come un tornado. Ero incazzata nera, non la sopportavo (in passato durante le sue visite me ne aveva combinate di non belle). Mi ricordo che quando seppi della data del suo volo 8solo un mese per prepararmi psicologicamente) presi il martello e scalpello e buttai giù una legnaia ce c’era fuori nel giardinetto, mi ricordo della forza e della liberazione che ogni martellata portava.
Mi son buttata sullo studio, scout e lavoro. Lo studio purtroppo un po’ così, nel senso che non mi sentivo libera di spostarmi in altre città ma solo a Pisa e scelsi quella che era meno brutta.
Quando iniziai a lavorare alla Limonaia iniziò uno dei periodi più belli della mia vita. Lo stress, il poco tempo, un regalo che mi fece mia nonna (una serie di trattamenti in centro per chi vuole perdere peso…non per altro ma la nipote grassa secondo me non si addiceva alla sua persona), arrivai nel mio momento più magro, solo che durò poco e la cattiva influenza sul mio umore della nonna mi fece piano piano riprendere tutto.
Lavorando come aiuto cuoco alla Limonaia ebbi occasione di lavorare con la cuoca Rossella, una mia cara amica che mi insegnò molto e mi amò (ama) molto. Le mie più care amicizie son nate in quel momento… Mi ricordo delle nottate dopo lavoro passate a ridere al bar, degli scherzi idioti che ci siamo fatti.
Per 5 anni mi sono occupata di mia nonna, di mio padre anche. Ero bloccata, sia in quella situazione che in quella casa. Ci volle un uomo e la consapevolezza che dovevo cambiare università. Mi ricordo del colloquio con la direttrice del corso di laurea di Pisa che mi disse che praticamente a ostetricia si vedono cose brutte e che non si trovava lavoro. Mi ricordo dell’attesa fuori dall’ufficio della direttrice di Verona, di una studentessa argentina come me, e del colloquio che fu molto solare, accattivante e io che presi la mia scelta, libera da influenze esterne e ricca di voglia di fare.
Mi ricordo il trasloco, la macchina da cucire che mi regalò mio padre e del nuovo pc. Mi ricordo l’emozione di iniziare a vivere in una casa che era tutta mia e del mio ex, l’università nuova, il tirocinio.
Poi ho inziato a scrivere il blog, come mezzo per vendere le mie creazioni. Poi è diventato il mio libro di ricette perchè altrimenti le dimenticavo tutte, poi è diventato anche il luogo dove scrivo quello che so, quello che faccio. (quindi un po’ di info le trovate se spulciate indietro).
Mi ricordo le nuove amicizie, le nuove competenze, le cose belle della relazione ma anche le cose brutte. Una in particolare che quando successe non ero ancora pronta per lasciare l’ex e che sotterrai sotto un mucchio di scuse. Presi un sacco di kg, e li imputai al rapporto con mia madre, invece era colpa del mio ex.
Poi arrivò un momento di completa idiozia, ero annebbiata da non so quale droga e decisi di comprare una casa con l’ex. Se avessi tipo aspettato qualche mese magari non lo facevo come errore madornale. E’ stato comunque molto emozionante. Ho imbiancato la mia casa, l’ho arredata e l’ho decorata. L’ho però anche dovuta abbandonare e ogni volta che lascio una casa per me è tragico, più che lasciare a volte le persone.
Cosciente che qualcosa non andava (10 kg in 4 mesi non è certo una cosa normale) andai a far terapia. Amo fare terapia, non vedo l’ora ce arrivi il momento di parlare, di comprendere, di scoprire.
Fu così che finalmente compresi la causa di quasi tutto.
Mi son sempre occupata degli altri perchè se io faccio qualcosa anche gli altri lo faranno, avevo una dipendenza da “mi devo occupare di qualcuno”. Prima mia sorella, mio padre, mia nonna…il mio ex che quando lo conobbi manco sapeva cuocere le patate o fare una lavatrice. E questo portava con se un grande vuoto perchè non ero in grado forse di accogliere quello che gli altri facevano, avevo bisogno che qualcuno si prendesse cura di me. E la forma più pratica di colmare il vuoto era il cibo. Purtroppo questa scoperta non mi ha fatto perdere tutti i kg in più, per quello ci vuole altro.
Ed è qua che si apre un altro capitolo della mia vita
Questo post è nato perchè oggi sono incazzata perchè leggo in giro che praticamente altri dicono che si son presi cura di me e omettono che invece sono stata io a occuparmi di loro. E non capisco perchè, anche se glielo ho già fatto notare continuano a omettere questa cosa per passare come eroi, a non ammettere che esistono debolezze, che si può essere fallibili e ho l’impressione che buona parte dei problemi/difficoltà/scehletri nell’armadio non siano stati risolti.
Ah, io mica ho finito di rattoppare la mia vita.
So prendermi cura degli altri ma non so farlo di me stessa…
Una cosa invece di cui vado molto fiera è di come è cresciuto il rapporto con mia madre, di come ogni volta che ci vediamo è sempre più bello e più sincero, e non è che sia sempre stato idilliaco…anzi.

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Psicologa Cecilia Autelli

Mi chiamo Cecilia Autelli e sono una psicologa. Inoltre, sono iscritta al terzo anno della scuola di psicoterapia a indirizzo cognitivo-neuropsicologico. Nella mia pratica clinica

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